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 Group: AdminPosts: 108 Location: Dalle lande ghiacciate del nord Status:  | |
| Con questo breve testo, voglio far entrare tutti a conoscenza del fatto che il nostro cristoforo colombo potrebbe non aver scoperto veramente lui l'america, come tutti dicono. Questo racconto è preso da un libro che lessi molto tempo fa, quand'ero giovine (u.u). Lo suddividero in capitoli a causa della lunghezza (son 12 pagine ma sono massacranti da riscrivere tutte insieme xD), comunque farò del mio meglio.
Atto Primo : La traversata
Avanzavano nella caligine mattutina come spettri, sileziosi e irreali a bordo di navi fantasma. Alle due estremità delle navi s'inarcavano porre alte e serpentine, sormontate da draghi sinuosi scolpiti nel legno, coi denti scoperti in un ringhio minaccioso e gli occhi penetranti fissi in avanti nella nebbia, alla ricerca di vittime. I draghi, destinati a incutere paura agli equipaggi nemici, erano ritenuti anche una protezione contro gli spiriti maligni che vivevano in mare. Il piccolo gruppo di emigrandi aveva attraersato un mare ostile a bordo di lunghi scafi neri dalla linea elegante, in grado di solcare le onde con la facilità e la stabilità delle trote che nuotano in un placido ruscello. Dai fori aperti nello scafo sporgevano lunghi remi che affondavano nelle acque scure, sospingendo le navi in avanti attraverso le onde. Le vele quadre, a righe bianche e rosse, pendevano inerti nell'aria immobile. A poppa era legate delle piccole imbarcazioni a fasciame sovrapposto, lunghe poco più di sei metri, che trasportavano un carico supplementare e navigavano a rimorchio delle navi. Quegli individui erano i precursori di quelli che sarebbero arrivati molto tempo dopo: uomini, donne e bambini che portavano con sè i loro miseri averi bestie comprese. Fra le rotte che i norvegesi avevano aperto attraverso gli oceani, nessuna era più pericolosa di quella che attraversava l'Atlantico settentrionale, richiedendo un lungo viaggio. Sfidando l'ignoto, avevano navigato audacemente tra i blocchi di ghiaccio, sferzati da venti di tempesta, lottando contro onde mostruose e resistendo alle furiose tempeste che imperversavano da sud-ovest. Erano sopravvissuti in molti, ma il mare aveva preteso un pesante pedaggio. Due delle otto navi salpate dalla Norvegia erano andate perdute, e nessuno le avrebbe riviste mai più. Infine i coloni stremati dalle tempeste raggiunsero la costa occidentale di Terranova. Invece di approdare a L'Anse aux Meadows, però, dove Leif Eriksson aveva fondate tempo prima un altro insiediamento, erano decisi a spingersi più a sud, nella speranza di trovare un clima più caldo per la loro nuova colonia. Dopo aver costeggiato un'isola molto vasta, puntarono a sud-ovest, finchè non raggiunsero una penisola lunga e stretta, che si staccava dal continente descrivendo una curva in direzione nord. Aggirando due isole ancora più meridionali, navigarono per altri due giorni superando un'immensa distesa di sabbia candida, fonte di grande meraviglia per un popolo che aveva trascorso tutta la propria esistenza lungo interminabili coste di rocce frastagliate. Doppiando l'estremità di quel lembo di sabbia che in apparenza si stendeva all'infinito, entrarono in un'ampia baia. Senza esitare, la flottiglia di navi si addentrò in quelle acque più calme per puntare verso ovest, assecondata dalla marea che saliva. Le navi furono inghiottite da un banco di nebbia che stese sulle acque una pesante coltre di umidità. Più tardi, il sole divenne una sfera color arancio, cominciando a calare verso l'orizzonte invisibile a ovest. I comandanti delle navi si consultarono, gridando da uno scafo all'altro , e convennero di gettare l'ancora per aspettare la mattina seguente, nella speranza che la nebbia si alzasse. All'alba, scoprirono che la nebia era stata sostituita da una lieve foschia: si vedeva bene che la baia si restringeva, formando un fiordo, le cui acque si gettavano in mare. Dopo aver inserito i remi negli scalmi, gli uomini remarono seguendo la corrente, mentre donne e bambini fissavano in silenzio le alte pareti di roccia che emergevano dalla nebbia sfilacciata sulal riva occidentale del fiume, innalzandosi minacciose al di sopra degli alberi delle navi. Il terreno ondulato alla sommità di qella muraglia di roccia era fitto di alberi che ai loro occhi sembravano giganteschi. Pur non vedendo alcun segno di vita, sospettavano di essere osservati da occhi umani nascosti tra gli alberi. Ogni volta che erano scesi a terra per attingere acqua erano stati attaccati dagli skraeling: era quello il nome che avevano assegnato nelal loro lingua a tutti i nativi di quel territorio straniero che speravano di colonizzare. Gli skraeling si erano rivelati ostili, e più di una volta avevano scagliato contro le navi nugoli di frecce. Tenendo saldamente a freno la propria natura, di solito bellicosa, il comandante della spedizione, Bjarne Sigvatson, aveva proibito ai suoi guerrieri di reagire. Sapeva bene che anche altri coloni provenienti dalla Scandinavia e dalla Groenlandia erano stati assaliti dagli skraeling; era una situazione causata dai vichinghi, che avevano ucciso parecchi abitanti del posto senza nessun motivo, per il semplice gusto di uccidere. Il quella spedizione, invece, Sigvatson voleva che gli abitanti del posto fossero trattati in modo amichevole, Riteneva essenziale per la sopravvivenza della colonia stipulare accordi di scambio, barattando merci di scarso valore con pellicce e altri generi di prima necessità, senza spargimento di sangue. A differenza delle precedenti spedizioni di Thorfinn Karlsefni e Leif Eriksson, che infine erano state respinte dagli skraeling, quella era armata fino ai denti e composta da veterani norvegesi avvezzi a versare il sangue degli avversari in molte battaglie contro i loro nemici giurati, i sassoni. Con la spada a tracolla, la lunga lancia in una mano e un'ascia enorme nell'altra, erano i guerrieri più temibili del loro tempo. L'effetto dela marea si faceva sentire sul fiume per un buon tratto, aiutando così i rematori a risalire la corrente, che grazie alla lieve pendenza non era troppo sensibile. La foce misurava appena un chilometro in larghezza, ma ben presto la portata del corso d'acqua aumentò fino a raggiungere e superare i tre chilometri. Il terreno a oriente, sulla riva in pendio, era ricoperto da una vegetazione lussureggiante. Sigvatson, in piedi sulla prua dela nave di testa, con un braccio intorno al grande drago della prora e lo sguardo fisso in lontananza nella nebbia ormai sempre più rada, indicò un punto in ombra tra le ripide quinte di roccia che formavano una curba poco pronunciata. << Puntate verso la riva sinistra >>, ordinò ai rematori. << Mi sembra che tra quelle pareti rocciose ci sia un varco dove potremo trovare riparo per la notte.>> Avvicinandosi, videro aprirsi davanti a loro l'imboccatura cupa e minacciosa di una caverna inondta dalle acque, che si rilevò abbastanza ampia da permettere l'ingresso di una nave. Scrutando l'interno tenebroso, Sigvatson si accorse che il passaggio proseguiva, addentrandosi in profondità tra le pareti laterali di roccia. Ordinando alle altre navi di restare dov'erano, fece smontare l'albero della sua, adagiandolo sul ponte per poter passare oltre il basso arco che chiudeva l'imboccatura della caverna. La corrente del fiordo formava dei mulinelli intorno all'ingresso, ma quei forti rematori riuscirono facilmente a sospingere la nave all'interno, ritirando appena i remi per non urtare contro i fianchi. Mentre passavano, le donne e i bambini si sporsero dalle murate per guardare le acque di una limpidezza impressionante, dove banchi di pesci nuotavano al di sopra del fondo roccioso, circa quindici metri più in basso. Con non poca trepidazione, si ritrovarono in una grotta dal soffitto alto, tanto vasta da poter contenere una flotta grande il triplo della piccola flottiglia vichinga. Sebbene i loro antenati avessero abbracciato il cristianesimo, le antiche tradizioni pagane erano dure a morire, e le cavità naturali venivano considerate dimora degli dei. Le pareti interne della grotta, formatasi dal raffreddamento della roccia fusa duecentomial milioni di anni prima, erano state scolpite e levigati dalle onde di un mare antico negli strati di roccia vulcanica che erano un'estensione delle montagne vicine. In alto s'inarcavano, formando un soffitto a volta completamente privo di muschio o vegetazione parassita e, stranamente, libero anche dai pipistrelli. Quel vano sotterraneo era quasi del tutto asciutto. Il livello dell'acqua si arrestava all'altezza di una cornice di roccia che saliva per circa un metro, prima di proseguire verso i recessi interni della caverna per un tratto di quasi sessanta metri. Attraverso l'ingresso dell'antro, Sigvatson ordinò alle altre navi di seguirlo. Poi i rematori sollevarono i remi e lasciarono che la nave andasse alla deriva, finchè il timone non urtò leggermente contro il fondo della seconda caverna. Quando le altre navi raggiunsero l'approdo, furono gettate lunghe passerelle di legno e tutti si affrettarono a scendere a terra, felici di potersi sgranchire le gambe per la prima volta da molti giorni. L'esigenza più immendiata era quella di servire un pasto caldo, il primo che potessero consumare da quando erano sbarcati a terra l'ultima volta, centinaia di chilometri più a nord. I bambini si sparpagliarono un pò ovunque nelle caverne per raccogliere legna, correndo lungo i ripiani di roccia scavati da ere d'ininterrotta erosione naturale. Ben presto le donne accesero il fuoco e misero a cuocere il pane, mentre nei pentoloni di ferro sobbollivano la farinata e lo stufato di pesce. Alcuni degli uomini cominciarono a riparare i guasti prodotti sulle navi dalle traversie del viaggio, mentre altri gettavano le reti per catturare quei banchi di pesci che brulicavano nel fiordo. Le donne erano fin troppo felici di aver trovato un riparo così confortevole. Gli uomini, viceversa, erano marinai abituati a vivere all'aperto, massicci e irsuti, che trovavano sgradevole sentirsi confinati in quella grotta nella roccia. Dopo aver mangiato, ma prima di sistemarsi per la notte nei giacigli di pelli, due dei pigli più giovani di Sigvatson, un maschio di undici anni e una femmina di dieci, corsero da lui, lanciando grida eccitate. Prendendolo per mano, lo attirarono verso la parte più interna della caverna, poi, dopo aver acceso le torce, lo guidarono in una lunga galleria nella quale a stento si poteva stare in piedi. Era una specie di tunnel, un sistema di caverne ad arco scavate in origine dalle acque sotterranee. Risalendo un pendio e aggirando una frana, proseguirono ancora per una sessantina di metri. Poi i bambini si fermarono, indicando una piccola apertura. << Padre, guarda! >> esclamò la bambina. << C'è un buco che porta fuori. Si vedono le stelle!>> Sigvatson si accorsa che quell'apertura era troppo piccola e stretta per consentire il passaggio persino ai bambini, ma vide chiaramente il cielo notturno. Il giorno dopo, mise alcuni uomini al lavoro per spianare il fondo della galleria, in modo da facilitare l'accesso, e allargare il foro di uscita. Quando l'apertura fu ampliata in modo che un uomo potesse passarvi anche stando in piedi, sbucarono in un grande prato circondato da laberi imponenti. Lì la terra non era spoglie e sterile come in Groellandia, la riserva di legname per costruire case era illimitata, il terreno era ricoperto di fiori selvatici e fieno per sfamare il bestiame. Su quella terra generosa, che dominava dall'alto lo spelindido fiordo azzurro e ricco di pesci, Sigvatson decise di costruire la sua colonia. Erano stati gli dei a indicare la strada ai bambini, che avevano giudato gli adulti verso quello che speravano fosse il loro nuovo paradiso.
Atto Secondo: Il villaggio
Nei mesi successivi, i coloni costruirono lunghe case di legno dalla struttura solida, con travi massicce che sorreggevano un tetto di zolle. Comprendevano un grande spzio comune, con un focolare enorme intorno al quale cucinare e socializzare, utilizzanto anche per custodire i viveri o offrire riparo al bestiame. Avidi di terre fertili, i norvegesi non persero tempo a seminare raccolti, oltre a raccogliere bacche e pescare con le reti i pesci che abbondavano nel fiordo. Gli skraeling si rivelarono curiosi, ma abbastanza amichevoli, e fu possibile scambiare con loro gingilli, tessuti e latte di vaca, in cambio di preziose pellicce e selvaggina. Sigvatson ordinò saggiamente ai suoi uomini di tenere nascoste le spade, la sce e le lance di metallo. Gli skraeling possedevano l'arco e le frecce, ma le loro armi erano ancora rudimentali, fatte di pietra, e Sigvatson riteneva giustamente che ben presto avrebbero cominciato a rubare o pretendere in cambio le armi dei norvegesi se si fossero resi conto che erano superiori alle loro. Quando giunse l'autunno, i coloni erano ben preparati ad affrontare un inverno rigido. Invece quell'anno il clima fu mite, con scarsa neve e ben pochi giorni davvero rigidi. I nuovi arrivati si meravigliavano di quelle giornate serene, più lunghe di quanto fossero abituai a vedere in Norvegia, o anche durante il loro breve soggiorno in Islanda. A primavera, Sigvatson preparò una grande spedizione per esplorare quella terra nuova e strana, ma decise di restare nella colonia, accollandosi i doveri e le responsabilità di governare quella piccola comunità ormai fiorente, mettendo a capo della spedizione il fratello minore, Magnus. Pe ril viaggio, che prevedeva lungo e faticoso, Sigvatson scelse un centinaio di uomini. Dopo alcune settimane di preparazione, sei delle navi più piccole issarono le vele, mentre gli uomini, le donne e i bambini rimasti indietro salutarono la piccola flotta che salpava sul fiume con l'intento di raggiungerne la sorgente. Quella che doveva essere una spedizione di due mesi, tuttavia, si trasformò in un epico viagio della durata di quattordici mesi. Navigando e remando, tranne quando dovevano issare in secca le navi per raggiungere il corsa d'acqua più vicino, gli uomini viaggiarono su grandi fiumi e laghi enormi, che sembravano vasti come il grande mare del Nord. Navigarono su un corso d'acqua molto più grande di tutti quelli che avevano visto in Europa o nel Mediterraneo. Dopo quasi cinquecento chilometri di viaggio lungo quel fiume maestoso, scesero a terra per accamparsi in una fitta foresta, dove coprirono le navi di fonde per nasconderle. Poi intrapresero una marci attraverso colline ondulate e prateria interminabili, proseguendo il cammino per un anno intero. I norvegesi scoprirono strani animali che non avevano mai visto: piccole creature simili a cani che ululavano di notte, grossi felini con la coda corta ed enormi bestie pelose con le corna e una testa gigantesca. Queste ultime le uccisero a colpi di lancia, e così scoprirono che la carne era gustosa come quella del manzo. Poichè non si fermavano in nessun luogo, gli skraeling non li consideravano una minaccia e non li infastidivano. Gli esploratori erano affascinati e divertiti dalle differenze che esistevano tra le varie tribù di skraeling: alcuni avevano un atteggiamento fiero e un portamento nobile, mentre altri sembravano poco più di sudici animali. Parecchi mesi dopo, i coloni si fermarono, vedendo innalzarsi in lontananza le vette di monti enormi. Intimoriti dalla vastità di quel territorio che sembrava estendersi all'infinito, decisero che era tempo di tornare indietro per raggiungere la colonia prima delle nevi invernali. Ma quando gli stanchi viaggiatori raggiunsero finalmente l'insiediamento, in un giorno di mezza estate, aspettandosi un'accoglienza gioiosa, trovarono soltanto devastazione e tragedia. L'intera colonia era stata distrutta dalle fiamme, e dei compagni, delle mogli e dei figli non restavano che poche ossa sparse intorno. Quale terribile scontro aveva indotto gli skraeling a devastare l'abitato e a massacrare i vichinghi? Che cosa aveva causato la fine dei loro rapporti pacifici? I morti non potevano rispondere.
Edited by </\ BASCH /\> - 1/6/2009, 22:28 |